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TURISMO: Il Castel del Monte di Andria - informazioni storiche
 
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Via Castel Del Monte - Andria
Tel 0883-569693
Aperto tutti i giorni
1 marzo - 30 settembre - 10.15 - 19.45
1 ottobre - 28 febbraio - 9.15 - 18.45
La biglietteria chiude 30 minuti prima
Chiuso 25 dicembre e 1 gennaio
TICKET: 3 euro, ridotto 1,50


 
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Castel del Monte - Andria

Con un mandato del 29 gennaio 1240, da Gubbio, Federico II di Hohenstaufen ordinò l'acquisto di materiale da costruzione per il Castrum apud Sanctam Mariam de Monte, originaria denominazione del castello derivante dalla presenza di una vicina abbazia benedettina ormai distrutta.

IL CASTELLO

Il castello è costruito direttamente su un banco roccioso, in molti punti affiorante, ed è universalmente noto per la sua forma ottagonale. Su ognuno degli otto spigoli si innestano otto torri della stessa forma nelle cortine murarie in pietra calcarea locale, segnate da una cornice marcapiano, si aprono otto monòfore nel piano inferiore, sette bifore ed una sola trifora, rivolta verso Andria, in quello superiore. Il cortile, di forma ottagonale, è caratterizzato, come tutto l'edificio, dal contrasto cromatico derivante dall'utilizzo di breccia corallina, pietra calcarea e marmi; un tempo erano presenti anche antiche sculture, di cui restano solo la lastra raffigurante il Corteo dei cavalieri ed un Frammento di figura antropomorfa. In corrispondenza del piano superiore si aprono tre porte-finestre, sotto cui sono presenti alcuni elementi aggettanti ed alcuni fori, forse destinati a reggere un ballatoio ligneo utile a rendere indipendenti l'una dall'altra le sale, tutte comunicanti tra loro con un percorso anulare, ad eccezione della prima e dell'ottava, separate da una parete in cui si apre, in alto, un grande òculo, probabilmente utilizzato per comunicare. Le sedici sale, otto per ciascun piano, hanno forma trapezoidale e sono state coperte con un'ingegnosa soluzione. Lo spazio è ripartito, infatti, in una campata centrale quadrata coperta a crocièra costolonata, ( con semicolonne in brèccia corallina a pianterreno e pilastri trilobati di marmo a quello superiore), mentre i residui spazi triangolari sono coperti da volte a botte ogivali. Le chiavi di volta delle crociere sono diverse fra loro, decorate da elementi antropomorfi , zoomorfi e fitomorfi. Il collegamento fra i due piani avviene attraverso tre scale a chiocciola inserite in altrettante torri. Alcune di queste torri accolgono cisterne per la raccolta delle acque piovane, in parte convogliate anche verso la cisterna scavata nella roccia, al di sotto del cortile centrale. In altre torri, invece, sono ubicati i bagni, dotati di latrina e lavabo, ed affiancati i tutti da un piccolo ambiente, probabilmente utilizzato come spogliatoio o forse destinato ad accogliere vasche per abluzioni, poiché la cura del corpo era molto praticata da Federico II e dalla sua corte, secondo un'usanza tipica di quel mondo arabo così amato dal sovrano. Grandissimo interesse riveste il corredo scultoreo che, sebbene fortemente depauperato, fornisce una significativa testimonianza dell'originario apparato decorativo,un tempo caratterizzato anche dall'ampia gamma cromatica dei materiali impiegati: tessere musive, piastrelle maiolicate, paste vitree e dipinti murali, di cui fra la fine del ‘700 ed i primi dell'800 alcuni scrittori e storici locali videro le tracce, descrivendole nelle loro opere. Attualmente sono ancora presenti le due mensole antropomorfe nella Torre del falconiere, i telamoni che sostengono la volta ad ombrello di una delle torri scalari ed un frammento del mosaico pavimentale nell'VIII sala al piano terra. Nella Pinacoteca Provinciale di Bari sono stati temporaneamente depositati, invece, due importanti frammenti scultorei, raffiguranti una Testa ed un Busto acefalo, rinvenuti nel corso dei lunghi restauri, che non hanno restituito alcuna traccia, invece, della vasca ottagonale posta al centro del cortile, citata da alcuni studiosi del secolo scorso.

LA STORIA

Castel del Monte possiede un valore universale eccezionale per la perfezione delle sue forme, l'armonia e la fusione di elementi culturali venuti dal Nord dell'Europa, dal mondo Musulmano e dall'antichità classica. È un capolavoro unico dell'architettura medievale, che riflette l'umanesimo del suo fondatore: Federico II di Svevia.
Con questa motivazione, nel 1996, il Comitato del Patrimonio Mondiale UNESCO riunito a Merida (Messico), ha inserito nella World Heritage List il castello, fatto realizzare da Federico II di Svevia intorno al 1240. Il solo documento di epoca federiciana riguardante il monumento è un mandato del 29 gennaio 1240, con il quale il sovrano, da Gubbio, ordinava a Riccardo da Montefuscolo, Giustiziere di Capitanata, di acquistare calce, pietre e quant'altro fosse necessario "...pro castro quod apud Sanctam Mariam de Monte fieri volumus". In tale documento era usato il termine latino actractum, suscettibile di varie interpretazioni: pavimento, livellamento del terreno, lastrico di copertura, fino ad un più generico significato di materiale edilizio. L'unica certezza, quindi, è che nel 1240 fossero in corso a Castel del Monte dei lavori, sul cui andamento Federico chiedeva peraltro di avere frequenti aggiornamenti. Sulla natura di tali opere, se in altre parole fossero di fondazione o di completamento, la critica appare discorde. Alcune osservazioni sembrerebbero tuttavia avvalorare la seconda ipotesi. Il castello sorge direttamente sul banco roccioso e non sarebbe stato effettuato alcun intervento di preparazione, o di livellamento del terreno, prima di avviare la costruzione. Sembra dunque più plausibile che il termine actractum indichi una copertura. Poiché Castel del Monte compare come un edificio compiuto nello Statutum de reparatione castrorum (1241-46) , elenco delle strutture castellari bisognose di interventi di manutenzione, ciò si giustifica solo anticipandone la fondazione rispetto al 1240. Apparentemente isolato e periferico, in realtà il castello sorgeva non lontano dalla strada che collegava Andria ed il Garagnone (presso Gravina), importanti nuclei insediativi dell'epoca; la sua collocazione in cima ad una collina alta 540 metri sul livello del mare e ben visibile a distanza, faceva di Castel del Monte un elemento essenziale nel sistema di comunicazione all'interno della rete castellare voluta da Federico II, sebbene gran parte della critica abbia escluso una sua funzione militare per l'assenza di fossato, caditoie e ponte levatoio. Tutt'altro che casuale, e non solo a livello strategico, appare quindi la scelta del luogo: una collina inondata dal sole in tutte le ore del giorno, con cui il monumento sembra costantemente in relazione. La luce del sole e le ombre che ne nascono, esaltano e definiscono le forme del monumento, regolarissime eppure sottilmente differenti, e ne valorizzano i colori, anch'essi uniformi e mutevoli insieme. Un rapporto, quello col sole, che nel Medioevo condizionava l'orientamento degli edifici sacri e che appare più che ovvio nel caso di Federico II, appassionato di astronomia e paragonato o addirittura identificato con l'astro. Così il figlio Manfredi ne annunciò infatti la morte: "E' tramontato il sole della giustizia, è morto il difensore della pace". Oggetto di studio e diversamente interpretata è anche la destinazione d'uso del castello. Sebbene il termine castrum in ambito svevo si riferisca a strutture prevalentemente difensive, pur non escludendo utilizzi accessori, nel caso specifico la presenza di bagni e camini ad entrambi i piani del castello, il lusso delle rifiniture, la raffinatezza del repertorio scultoreo rendono plausibile anche un uso residenziale e di rappresentanza, riservato probabilmente ad una ristretta cerchia di privilegiati molto vicini al re, viste le dimensioni dell'edificio. E' altrettanto innegabile che per la sua posizione sopraelevata e per la particolarità della sua forma Castel del Monte, capace di affascinare anche l'uomo di oggi, fosse oggetto di enorme stupore ed ammirazione da parte di sudditi, alleati, nemici di Federico II. E che fosse, dunque, uno dei mezzi più efficaci da lui concepiti per esaltare la sua grandezza, il prodotto più rappresentativo della sua concezione di "arte al servizio del potere". Un insieme di funzioni, quindi, si può dire abbia caratterizzato questo eccezionale monumento, emblematica espressione della variegata personalità del suo committente, uomo del medioevo che a grandi pregi quali vastità di cultura, molteplicità di interessi, intelligenza, spirito di tolleranza e amore per la pace e la giustizia, unì anche grande orgoglio ed ambizione.

IL RESTAURO

Al momento dell'acquisto da parte dello Stato, nel 1876, il castello presentava i paramenti murari esterni gravemente deteriorati per l'azione di una serie di elementi atmosferici: escursioni termiche, umidità, azione del vento. Non meno precario risultava lo stato di conservazione dell'interno, che presentava alcune vòlte già crollate ed altre pericolanti, a seguito delle copiose infiltrazioni di acqua piovana dai terrazzi. Nel 1879 fu l'ingegner Sarlo a dare avvio alla prima fase dei restauri, indirizzati innanzitutto ad impermeabilizzare le coperture e le cisterne pensili, a consolidare le strutture e a dotare le finestre di infissi; in questo periodo tornò alla luce il lacerto di pavimento a mosaico nell'VIII sala al pianterreno. A partire dal 1928, sotto la direzione dell'arch. Quagliati, si provvide a rimuovere tutto il materiale di risulta, accumulato all'esterno per un'altezza compresa fra i due metri e i due metri e mezzo, che occultava completamente il basamento e falsava il rapporto fra il monumento e l'ambiente circostante. Si procedette inoltre alla demolizione delle gravemente deteriorati per l'azione di una serie di elementi atmosferici: escursioni termiche, umidità, azione del vento. Non meno precario risultava lo stato di conservazione dell'interno, che presentava alcune vòlte già crollate ed altre pericolanti, a seguito delle copiose infiltrazioni di acqua piovana dai terrazzi. Il timore era che rimuovere il materiale originale in misura così massiccia rischiasse di sostituire l'antico castello con uno troppo rinnovato. Nonostante tali interventi, e quelli effettuati successivamente con la tecnica del cuci-scuci secondo i criteri metodologici in voga negli anni '60, avessero restituito al monumento un'immagine effettivamente "ringiovanita", il fenomeno di degrado non si arrestò, rendendo necessario fra il 1975 ed il 1981 un ulteriore consistente intervento sulle cortine murarie, tuttora sottoposte ad una periodica attività di manutenzione, resa indispensabie dalle difficili condizioni climatiche del sito.

IL SISTEMA DEI CASTELLI FEDERICIANI

La fama di Federico II di Svevia è legata soprattutto alla costruzione dei castelli, dislocati sulla base di un razionale programma di difesa militare e di gestione territoriale, in rapporto funzionale col preesistente tracciato viario di età romana. Sebbene in buona parte dei casi non si sia trattato di fondazioni ex novo ma di interventi di ristrutturazione di insediamenti normanni, il rigore dell'impostazione planimetrica e la forte connotazione dei repertori figurativi hanno impresso un'impronta così marcata alle strutture preesistenti da annullarle quasi completamente. Castelli e palazzi, pur concepiti dal sovrano come segno visibile del suo "sacro" potere regale, secondo una concezione fortemente simbolica e propagandistica dell'architettura, riuscirono sempre a coniugare l'esigenza dell'apparire e la razionale funzionalità; si trattava infatti di strutture a destinazione polivalente: difensiva, residenziale, amministrativa. Di tanto è attestazione emblematica proprio Castel del Monte. Il sistema castellare federiciano consisteva in una fitta rete di insediamenti, in cui i castra si integravano con altre tipologie strutturali, allo scopo di garantire un controllo capillare, sia militare che gestionale, dell'intero territorio: dalla linea costiera fino alle zone più interne della Provincia di Basilicata. Nello Statutum de reparatione castrorum, prezioso documento relativo agli anni 1241- 46, risultano esistere in Puglia e Basilicata ben 111 strutture castellari, distribuite in maniera poco omogenea e non sempre connessa ad esigenze militari: significativa in tal senso la presenza in Capitanata di 23 castra e addirittura 28 domus, contro appena 13 castra e solo 3 domus in Terra di Bari, a conferma della prefe¬renza accordata dal sovrano a quella zona della Puglia, in cui amò dedicarsi ai suoi svaghi preferiti.

FEDERICO II

Federico II nacque il 26 dicembre 1194 a Jesi; figlio di Enrico di Hohenstaufen e di Costanza d'Altavilla, ultima discendente della dinastia normanna, già orfano a soli quattro anni di entrambi i genitori, ereditò sia l'Impero che il Regno di Sicilia. Gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza, determinanti nella formazione della sua complessa e straordinaria personalità, Federico li trascorse a Palermo, capitale del regno normanno, già sede di un emirato arabo, in cui si erano intrecciate e avevano convissuto razze, religioni e culture diversissime. Divenuto maggiorenne nel 1209, finalmente libero dalla tutela di papa Innocenzo III, sposò Costanza d'Aragona che gli portò in dote trecento cavalieri, grazie ai quali Federico II riuscì a riaffermare i sui diritti in Germania, sconfiggendo l'usurpatore Ottone IV di Brunswick e ripristinando pace ed ordine attraverso provvedimenti di risanamento e riorganizzazione dello stato. Rientrato nell'amato Regno di Sicilia, nel marzo 1221 il re visitò per la prima volta la Puglia, terra ricca di boschi, fiumi e testimonianze artistiche; molto amata anche dai suoi discendenti. Nei successivi trent'anni Federico vi fece costruire castra, palatia, domus solaciorum che tuttora imprimono un carattere inconfondibile al paesaggio agrario ed all'assetto urbanistico, costituendo una parte significativa del patrimonio artistico della regione. Nel 1223 la capitale del regno fu trasferita da Palermo a Foggia, poiché la posizione geografica assegnava alla Puglia un ruolo strategico anche rispetto ai territori dell'impero. Divisa in quattro province per nulla omogenee, Capitanata, Terra di Bari, Terra d'Otranto e Basilicata, l'Apulia fu particolarmente coinvolta dal piano di riorganizzazione dello Stato, attuato attraverso una fitta maglia di controllo, costituita dal sistema castellare e dalla rete delle città e dei borghi, anche ripopolati, se necessario, come nel caso di Altamura e Lucera. Un ruolo fondamentale nella gestione dei vastissimi latifondi demaniali svolsero sia le massarie regie, strutture produttive agro-pastorali, che le foreste, da cui si ricavava il legname impiegato nella costruzione dei castelli. Non minore cura fu dedicata alle coste, inserite nel piano di revisione commerciale che riservò molta attenzione ad alcune città, fra cui Brindisi, sede di un importante cantiere navale e di una zecca. Tradizionalmente aperta agli scambi commerciali e culturali con l'opposta sponda adriatica e con i porti dell'Oriente, nell'età federiciana la Puglia vide consolidarsi questa tendenza: la fusione fra il ricco patrimonio classico e bizantino, la fertile produzione romanica e le influenze della moderna arte gotica, trovò nei protomagistri impegnati nei cantieri svevi un suo efficacissimo tramite. Morta Costanza, da cui aveva avuto il figlio Enrico, destinato ad ereditare la corona imperiale, Federico sposò Jolanda di Brienne, figlia del re di Gerusalemme, che gli diede Corrado, destinato a regnare in Sicilia. Anche la terza moglie, Isabella d'Inghilterra, morì giovanissima e come Jolanda fu sepolta nella cripta della cattedrale di Andria. Tuttavia la sola donna che probabilmente Federico amò fu Bianca Lancia, che gli diede altri figli, fra cui Manfredi, quello che più somigliava al padre, e che, alla sua morte, cercò disperatamente di ostacolare gli Angiò nella loro mira di conquista del Regno di Sicilia, forti della protezione del pontefice. Alla corte di Federico venivano coltivate molte discipline ed attività, sia artistiche che scientifiche; fra queste la musica e la poesia e la caccia col falcone, svago preferito da Federico, ma anche occasione di studio della natura, come attesta il trattato da lui redatto De arte venandi cum avibus, corredato da pregevoli miniature. Grande spazio veniva dato anche alla cura corporis, in cui l'igiene quotidiana si univa ai precetti della medicina della scuola salernitana. Aperto ad una ampia gamma di interessi culturali, dalla matematica all'astronomia, dalle scienze naturali alla filosofia, il sovrano nel 1224 istituì a Napoli una scuola di diritto e riorganizzò la Scuola medica salernitana. Insieme al figlio Enzo raccolse intorno alla Magna Curia di Palermo i poeti della cosiddetta "scuola siciliana", dando origine alla letteratura italiana in volgare, come venne riconosciuto sia da Dante che da Petrarca. Alla fine degli anni '40 Federico non solo aveva subito pesanti sconfitte ma cominciava ad avere problemi di salute. Incurante dei disturbi fisici, a novembre del 1250 volle comunque partecipare ad una battuta di caccia nella zona fra Foggia e Lucera; colto da malore, il 1° dicembre 1250 fu trasportato a Castel Fiorentino, presso Torremaggiore, dove il 13 dicembre si compì la profezia che gli era stata rivelata anni addietro e che lo aveva indotto ad evitare sempre Firenze: "Tu morrai presso la porta di ferro, in un luogo che porta il nome fiore". Papa Innocenzo IV, parlando di Federico II, aveva dichiarato: "Guai a lasciare a quest'uomo e alla sua stirpe viperina lo scettro col quale dominava il popolo di Cristo". Le redini del regno meridionale furono assunte dal figlio Manfredi ma l'appoggio offerto dal pontefice agli Angiò fu determinante nella lotta per il potere e il giovane svevo nel 1266 morì combattendo presso Benevento e Clemente IV incoronò Re di Sicilia Carlo d'Angiò, fratello di Luigi re di Francia. Due anni dopo un altro discendente appena sedicenne di Federico II di Svevia, Corradino, figlio di Corrado, tentò un'ultima disperata difesa del regno meridionale contro gli angioini ma, sconfitto a Tagliacozzo, fu consegnato a Carlo d'Angiò che, dopo un sommario processo, lo fece giustiziare a Napoli il 29 ottobre 1268 nella Piazza del Mercato, mettendo fine al sogno di un duraturo governo svevo nelle amate terre del meridione d'Italia accarezzato già da Federico I Barbarossa, nonno di Federico II.

SIGNIFICATI E SIMBOLI NASCOSTI

E' noto come Federico II facesse parlare i suoi castelli a testimonianza del suo potere. Egli conosceva troppo bene il linguaggio del Simbolo che si fa corona, o aquila, o castello per non usarlo in modo lucido e determinato. L'imperatore sentiva su di sé il peso della sua funzione di mediazione tra Dio e gli uomini, ed è per questo che egli ebbe necessità di usare la forza dei simboli per riportare giustizia, ordine, perfezione e senso del sacro lì dove erano scomparsi. Dunque l'ordine sacro dell'aritmetica e della geometria dei suoi castelli fu levato contro il disordine di Roma; l'imponenza della loro architettura fu impiegata per descrivere la sua autorità suprema, per mostrare la sua sapienza simbolica, per legittimare la sua conoscenza e custodia del sacro. Meraviglioso compendio di tale simbologia è quello tra i suoi castelli che rimane diverso, unico, al di sopra degli altri: Castel del Monte. Ma con quale scopo fu costruito? Si possono dare cento risposte a questa domanda, ciascuna con il suo pezzo di verità. Che cosa, dunque non è Castel del Monte? Non è un castello per la difesa militare, cioè un castrum ; non ha fossato, non ha ponte levatoio, non ha caditoie per proiettili e olio bollente, non ha scuderie, non ha camerate, né cucine, né magazzini; non ha sotterranei per i prigionieri, né vie segrete per la fuga. Non è mai stato impegnato in un combattimento. Non è una residenza di caccia, né un luogo di divertimenti: ha solo 16 stanze tutte uguali, non ha sale da pranzo, né saloni di ricevimento. Non fu costruito da precisi architetti: nessun nome, nessuna firma è mai comparsa su qualche documento. La sua costruzione fu affidata a maestranze di monaci cistercensi francesi e artisti locali. La sua forma ottagonale rappresenta il punto di incontro tra il cerchio, la perfezione di Dio, e il quadrato, l'imperfezione dell'uomo. Il numero otto, dunque, lega l'infinito al finito, fonde il perfetto con l'imperfetto. L'ottagono è ripetuto nove volte nell'impianto di Castel del Monte, cioè tre volte il numero perfetto: la TRINITA'. La forma ottagonaleè ottenuta dalla intersezione di quattro rettangoli con il lato minimo di m.22 in rapporto aureo. Secondo la tradizione antica, il numero d'oro 1,618, ha in sè il ricordo della CREAZIONE, in quanto, esso regolava le proporzioni del mondo planetario, vegetale, marino, del corpo umano….. Il numero d'oro sembra essere anche l'elemento che lega tra loro Castel del Monte, la piramide di Cheope e la Cattedrale di Chartres. Pare che Castel del Monte custodisca nelle proprie divine proporzioni le indicazioni di scoprire una camera nascosta della piramide di Cheope nella quale sarebbe custodito "Qualcosa che è al sopra dei continenti, delle razze, delle religioni". Lo stesso messaggio si troverebbe nella Cattedrale di Chartres (L. Patruno). C'è poi chi sostiene che esistano altre relazioni tra i tre monumenti: Il Castello, infatti, dista in longitudine 15 gradi ovest da Chartres, 15 gradi est da Giza. Interessante coincidenza numerica è la lunghezza del perimetro del Castello che misurata in cubiti sacri è di 111: Il cubito è la misura usata per la costruzione del Tempio di Salomone, simbolo della religione ebraica e del Dio di Israele in terra. 111 è inoltre il numero che deriva dalla concordanza temporale tra i moti solari e i moti lunari; è il simbolo della divinità che comanda la creazione; è il simbolo della Triplice unità divina. Il fascino e il mistero che avvolge il Castello ha stimolato l'intelligenza e perché no la fantasia di numerosi altri studiosi che hanno trovato altre affinità tra le misure del Castel del Monte e la numerologia e l'astrologia. Per l'analisi delle loro teorie rimandiamo alla lettura dei loro testi; ma una unica certezza resta: CASTEL DEL MONTE.

Testi della dott.ssa Tocci; rielaborazione a cura dalla dott.ssa Marisa Curci

Il Castel del Monte di Andria
Autore: Marisa Curci


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