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Castel del Monte
- Andria
Con un mandato del 29 gennaio 1240, da
Gubbio, Federico II di Hohenstaufen ordinò l'acquisto di
materiale da costruzione per il Castrum apud Sanctam Mariam de
Monte, originaria denominazione del castello derivante dalla presenza
di una vicina abbazia benedettina ormai distrutta.
IL CASTELLO
Il castello è costruito direttamente su
un banco roccioso, in molti punti affiorante, ed è universalmente
noto per la sua forma ottagonale. Su ognuno degli otto spigoli
si innestano otto torri della stessa forma nelle cortine murarie
in pietra calcarea locale, segnate da una cornice marcapiano,
si aprono otto monòfore nel piano inferiore, sette bifore
ed una sola trifora, rivolta verso Andria, in quello superiore.
Il cortile, di forma ottagonale, è caratterizzato, come
tutto l'edificio, dal contrasto cromatico derivante dall'utilizzo
di breccia corallina, pietra calcarea e marmi; un tempo erano
presenti anche antiche sculture, di cui restano solo la lastra
raffigurante il Corteo dei cavalieri ed un Frammento di figura
antropomorfa. In corrispondenza del piano superiore si aprono
tre porte-finestre, sotto cui sono presenti alcuni elementi aggettanti
ed alcuni fori, forse destinati a reggere un ballatoio ligneo
utile a rendere indipendenti l'una dall'altra le sale, tutte comunicanti
tra loro con un percorso anulare, ad eccezione della prima e dell'ottava,
separate da una parete in cui si apre, in alto, un grande òculo,
probabilmente utilizzato per comunicare. Le sedici sale, otto
per ciascun piano, hanno forma trapezoidale e sono state coperte
con un'ingegnosa soluzione. Lo spazio è ripartito, infatti,
in una campata centrale quadrata coperta a crocièra costolonata,
( con semicolonne in brèccia corallina a pianterreno e
pilastri trilobati di marmo a quello superiore), mentre i residui
spazi triangolari sono coperti da volte a botte ogivali. Le chiavi
di volta delle crociere sono diverse fra loro, decorate da elementi
antropomorfi , zoomorfi e fitomorfi. Il collegamento fra i due
piani avviene attraverso tre scale a chiocciola inserite in altrettante
torri. Alcune di queste torri accolgono cisterne per la raccolta
delle acque piovane, in parte convogliate anche verso la cisterna
scavata nella roccia, al di sotto del cortile centrale. In altre
torri, invece, sono ubicati i bagni, dotati di latrina e lavabo,
ed affiancati i tutti da un piccolo ambiente, probabilmente utilizzato
come spogliatoio o forse destinato ad accogliere vasche per abluzioni,
poiché la cura del corpo era molto praticata da Federico
II e dalla sua corte, secondo un'usanza tipica di quel mondo arabo
così amato dal sovrano. Grandissimo interesse riveste il
corredo scultoreo che, sebbene fortemente depauperato, fornisce
una significativa testimonianza dell'originario apparato decorativo,un
tempo caratterizzato anche dall'ampia gamma cromatica dei materiali
impiegati: tessere musive, piastrelle maiolicate, paste vitree
e dipinti murali, di cui fra la fine del 700 ed i primi
dell'800 alcuni scrittori e storici locali videro le tracce, descrivendole
nelle loro opere. Attualmente sono ancora presenti le due mensole
antropomorfe nella Torre del falconiere, i telamoni che sostengono
la volta ad ombrello di una delle torri scalari ed un frammento
del mosaico pavimentale nell'VIII sala al piano terra. Nella Pinacoteca
Provinciale di Bari sono stati temporaneamente depositati, invece,
due importanti frammenti scultorei, raffiguranti una Testa ed
un Busto acefalo, rinvenuti nel corso dei lunghi restauri, che
non hanno restituito alcuna traccia, invece, della vasca ottagonale
posta al centro del cortile, citata da alcuni studiosi del secolo
scorso.
LA STORIA
Castel del Monte possiede un valore universale
eccezionale per la perfezione delle sue forme, l'armonia e la
fusione di elementi culturali venuti dal Nord dell'Europa, dal
mondo Musulmano e dall'antichità classica. È un
capolavoro unico dell'architettura medievale, che riflette l'umanesimo
del suo fondatore: Federico II di Svevia.
Con questa motivazione, nel 1996, il Comitato del Patrimonio Mondiale
UNESCO riunito a Merida (Messico), ha inserito nella World Heritage
List il castello, fatto realizzare da Federico II di Svevia intorno
al 1240. Il solo documento di epoca federiciana riguardante il
monumento è un mandato del 29 gennaio 1240, con il quale
il sovrano, da Gubbio, ordinava a Riccardo da Montefuscolo, Giustiziere
di Capitanata, di acquistare calce, pietre e quant'altro fosse
necessario "...pro castro quod apud Sanctam Mariam de Monte
fieri volumus". In tale documento era usato il termine latino
actractum, suscettibile di varie interpretazioni: pavimento, livellamento
del terreno, lastrico di copertura, fino ad un più generico
significato di materiale edilizio. L'unica certezza, quindi, è
che nel 1240 fossero in corso a Castel del Monte dei lavori, sul
cui andamento Federico chiedeva peraltro di avere frequenti aggiornamenti.
Sulla natura di tali opere, se in altre parole fossero di fondazione
o di completamento, la critica appare discorde. Alcune osservazioni
sembrerebbero tuttavia avvalorare la seconda ipotesi. Il castello
sorge direttamente sul banco roccioso e non sarebbe stato effettuato
alcun intervento di preparazione, o di livellamento del terreno,
prima di avviare la costruzione. Sembra dunque più plausibile
che il termine actractum indichi una copertura. Poiché
Castel del Monte compare come un edificio compiuto nello Statutum
de reparatione castrorum (1241-46) , elenco delle strutture castellari
bisognose di interventi di manutenzione, ciò si giustifica
solo anticipandone la fondazione rispetto al 1240. Apparentemente
isolato e periferico, in realtà il castello sorgeva non
lontano dalla strada che collegava Andria ed il Garagnone (presso
Gravina), importanti nuclei insediativi dell'epoca; la sua collocazione
in cima ad una collina alta 540 metri sul livello del mare e ben
visibile a distanza, faceva di Castel del Monte un elemento essenziale
nel sistema di comunicazione all'interno della rete castellare
voluta da Federico II, sebbene gran parte della critica abbia
escluso una sua funzione militare per l'assenza di fossato, caditoie
e ponte levatoio. Tutt'altro che casuale, e non solo a livello
strategico, appare quindi la scelta del luogo: una collina inondata
dal sole in tutte le ore del giorno, con cui il monumento sembra
costantemente in relazione. La luce del sole e le ombre che ne
nascono, esaltano e definiscono le forme del monumento, regolarissime
eppure sottilmente differenti, e ne valorizzano i colori, anch'essi
uniformi e mutevoli insieme. Un rapporto, quello col sole, che
nel Medioevo condizionava l'orientamento degli edifici sacri e
che appare più che ovvio nel caso di Federico II, appassionato
di astronomia e paragonato o addirittura identificato con l'astro.
Così il figlio Manfredi ne annunciò infatti la morte:
"E' tramontato il sole della giustizia, è morto il
difensore della pace". Oggetto di studio e diversamente interpretata
è anche la destinazione d'uso del castello. Sebbene il
termine castrum in ambito svevo si riferisca a strutture prevalentemente
difensive, pur non escludendo utilizzi accessori, nel caso specifico
la presenza di bagni e camini ad entrambi i piani del castello,
il lusso delle rifiniture, la raffinatezza del repertorio scultoreo
rendono plausibile anche un uso residenziale e di rappresentanza,
riservato probabilmente ad una ristretta cerchia di privilegiati
molto vicini al re, viste le dimensioni dell'edificio. E' altrettanto
innegabile che per la sua posizione sopraelevata e per la particolarità
della sua forma Castel del Monte, capace di affascinare anche
l'uomo di oggi, fosse oggetto di enorme stupore ed ammirazione
da parte di sudditi, alleati, nemici di Federico II. E che fosse,
dunque, uno dei mezzi più efficaci da lui concepiti per
esaltare la sua grandezza, il prodotto più rappresentativo
della sua concezione di "arte al servizio del potere".
Un insieme di funzioni, quindi, si può dire abbia caratterizzato
questo eccezionale monumento, emblematica espressione della variegata
personalità del suo committente, uomo del medioevo che
a grandi pregi quali vastità di cultura, molteplicità
di interessi, intelligenza, spirito di tolleranza e amore per
la pace e la giustizia, unì anche grande orgoglio ed ambizione.
IL RESTAURO
Al momento dell'acquisto da parte dello Stato,
nel 1876, il castello presentava i paramenti murari esterni gravemente
deteriorati per l'azione di una serie di elementi atmosferici:
escursioni termiche, umidità, azione del vento. Non meno
precario risultava lo stato di conservazione dell'interno, che
presentava alcune vòlte già crollate ed altre pericolanti,
a seguito delle copiose infiltrazioni di acqua piovana dai terrazzi.
Nel 1879 fu l'ingegner Sarlo a dare avvio alla prima fase dei
restauri, indirizzati innanzitutto ad impermeabilizzare le coperture
e le cisterne pensili, a consolidare le strutture e a dotare le
finestre di infissi; in questo periodo tornò alla luce
il lacerto di pavimento a mosaico nell'VIII sala al pianterreno.
A partire dal 1928, sotto la direzione dell'arch. Quagliati, si
provvide a rimuovere tutto il materiale di risulta, accumulato
all'esterno per un'altezza compresa fra i due metri e i due metri
e mezzo, che occultava completamente il basamento e falsava il
rapporto fra il monumento e l'ambiente circostante. Si procedette
inoltre alla demolizione delle gravemente deteriorati per l'azione
di una serie di elementi atmosferici: escursioni termiche, umidità,
azione del vento. Non meno precario risultava lo stato di conservazione
dell'interno, che presentava alcune vòlte già crollate
ed altre pericolanti, a seguito delle copiose infiltrazioni di
acqua piovana dai terrazzi. Il timore era che rimuovere il materiale
originale in misura così massiccia rischiasse di sostituire
l'antico castello con uno troppo rinnovato. Nonostante tali interventi,
e quelli effettuati successivamente con la tecnica del cuci-scuci
secondo i criteri metodologici in voga negli anni '60, avessero
restituito al monumento un'immagine effettivamente "ringiovanita",
il fenomeno di degrado non si arrestò, rendendo necessario
fra il 1975 ed il 1981 un ulteriore consistente intervento sulle
cortine murarie, tuttora sottoposte ad una periodica attività
di manutenzione, resa indispensabie dalle difficili condizioni
climatiche del sito.
IL SISTEMA DEI CASTELLI FEDERICIANI
La fama di Federico II di Svevia è legata
soprattutto alla costruzione dei castelli, dislocati sulla base
di un razionale programma di difesa militare e di gestione territoriale,
in rapporto funzionale col preesistente tracciato viario di età
romana. Sebbene in buona parte dei casi non si sia trattato di
fondazioni ex novo ma di interventi di ristrutturazione di insediamenti
normanni, il rigore dell'impostazione planimetrica e la forte
connotazione dei repertori figurativi hanno impresso un'impronta
così marcata alle strutture preesistenti da annullarle
quasi completamente. Castelli e palazzi, pur concepiti dal sovrano
come segno visibile del suo "sacro" potere regale, secondo
una concezione fortemente simbolica e propagandistica dell'architettura,
riuscirono sempre a coniugare l'esigenza dell'apparire e la razionale
funzionalità; si trattava infatti di strutture a destinazione
polivalente: difensiva, residenziale, amministrativa. Di tanto
è attestazione emblematica proprio Castel del Monte. Il
sistema castellare federiciano consisteva in una fitta rete di
insediamenti, in cui i castra si integravano con altre tipologie
strutturali, allo scopo di garantire un controllo capillare, sia
militare che gestionale, dell'intero territorio: dalla linea costiera
fino alle zone più interne della Provincia di Basilicata.
Nello Statutum de reparatione castrorum, prezioso documento relativo
agli anni 1241- 46, risultano esistere in Puglia e Basilicata
ben 111 strutture castellari, distribuite in maniera poco omogenea
e non sempre connessa ad esigenze militari: significativa in tal
senso la presenza in Capitanata di 23 castra e addirittura 28
domus, contro appena 13 castra e solo 3 domus in Terra di Bari,
a conferma della prefe¬renza accordata dal sovrano a quella
zona della Puglia, in cui amò dedicarsi ai suoi svaghi
preferiti.
FEDERICO II
Federico II nacque il 26 dicembre 1194 a Jesi;
figlio di Enrico di Hohenstaufen e di Costanza d'Altavilla, ultima
discendente della dinastia normanna, già orfano a soli
quattro anni di entrambi i genitori, ereditò sia l'Impero
che il Regno di Sicilia. Gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza,
determinanti nella formazione della sua complessa e straordinaria
personalità, Federico li trascorse a Palermo, capitale
del regno normanno, già sede di un emirato arabo, in cui
si erano intrecciate e avevano convissuto razze, religioni e culture
diversissime. Divenuto maggiorenne nel 1209, finalmente libero
dalla tutela di papa Innocenzo III, sposò Costanza d'Aragona
che gli portò in dote trecento cavalieri, grazie ai quali
Federico II riuscì a riaffermare i sui diritti in Germania,
sconfiggendo l'usurpatore Ottone IV di Brunswick e ripristinando
pace ed ordine attraverso provvedimenti di risanamento e riorganizzazione
dello stato. Rientrato nell'amato Regno di Sicilia, nel marzo
1221 il re visitò per la prima volta la Puglia, terra ricca
di boschi, fiumi e testimonianze artistiche; molto amata anche
dai suoi discendenti. Nei successivi trent'anni Federico vi fece
costruire castra, palatia, domus solaciorum che tuttora imprimono
un carattere inconfondibile al paesaggio agrario ed all'assetto
urbanistico, costituendo una parte significativa del patrimonio
artistico della regione. Nel 1223 la capitale del regno fu trasferita
da Palermo a Foggia, poiché la posizione geografica assegnava
alla Puglia un ruolo strategico anche rispetto ai territori dell'impero.
Divisa in quattro province per nulla omogenee, Capitanata, Terra
di Bari, Terra d'Otranto e Basilicata, l'Apulia fu particolarmente
coinvolta dal piano di riorganizzazione dello Stato, attuato attraverso
una fitta maglia di controllo, costituita dal sistema castellare
e dalla rete delle città e dei borghi, anche ripopolati,
se necessario, come nel caso di Altamura e Lucera. Un ruolo fondamentale
nella gestione dei vastissimi latifondi demaniali svolsero sia
le massarie regie, strutture produttive agro-pastorali, che le
foreste, da cui si ricavava il legname impiegato nella costruzione
dei castelli. Non minore cura fu dedicata alle coste, inserite
nel piano di revisione commerciale che riservò molta attenzione
ad alcune città, fra cui Brindisi, sede di un importante
cantiere navale e di una zecca. Tradizionalmente aperta agli scambi
commerciali e culturali con l'opposta sponda adriatica e con i
porti dell'Oriente, nell'età federiciana la Puglia vide
consolidarsi questa tendenza: la fusione fra il ricco patrimonio
classico e bizantino, la fertile produzione romanica e le influenze
della moderna arte gotica, trovò nei protomagistri impegnati
nei cantieri svevi un suo efficacissimo tramite. Morta Costanza,
da cui aveva avuto il figlio Enrico, destinato ad ereditare la
corona imperiale, Federico sposò Jolanda di Brienne, figlia
del re di Gerusalemme, che gli diede Corrado, destinato a regnare
in Sicilia. Anche la terza moglie, Isabella d'Inghilterra, morì
giovanissima e come Jolanda fu sepolta nella cripta della cattedrale
di Andria. Tuttavia la sola donna che probabilmente Federico amò
fu Bianca Lancia, che gli diede altri figli, fra cui Manfredi,
quello che più somigliava al padre, e che, alla sua morte,
cercò disperatamente di ostacolare gli Angiò nella
loro mira di conquista del Regno di Sicilia, forti della protezione
del pontefice. Alla corte di Federico venivano coltivate molte
discipline ed attività, sia artistiche che scientifiche;
fra queste la musica e la poesia e la caccia col falcone, svago
preferito da Federico, ma anche occasione di studio della natura,
come attesta il trattato da lui redatto De arte venandi cum avibus,
corredato da pregevoli miniature. Grande spazio veniva dato anche
alla cura corporis, in cui l'igiene quotidiana si univa ai precetti
della medicina della scuola salernitana. Aperto ad una ampia gamma
di interessi culturali, dalla matematica all'astronomia, dalle
scienze naturali alla filosofia, il sovrano nel 1224 istituì
a Napoli una scuola di diritto e riorganizzò la Scuola
medica salernitana. Insieme al figlio Enzo raccolse intorno alla
Magna Curia di Palermo i poeti della cosiddetta "scuola siciliana",
dando origine alla letteratura italiana in volgare, come venne
riconosciuto sia da Dante che da Petrarca. Alla fine degli anni
'40 Federico non solo aveva subito pesanti sconfitte ma cominciava
ad avere problemi di salute. Incurante dei disturbi fisici, a
novembre del 1250 volle comunque partecipare ad una battuta di
caccia nella zona fra Foggia e Lucera; colto da malore, il 1°
dicembre 1250 fu trasportato a Castel Fiorentino, presso Torremaggiore,
dove il 13 dicembre si compì la profezia che gli era stata
rivelata anni addietro e che lo aveva indotto ad evitare sempre
Firenze: "Tu morrai presso la porta di ferro, in un luogo
che porta il nome fiore". Papa Innocenzo IV, parlando di
Federico II, aveva dichiarato: "Guai a lasciare a quest'uomo
e alla sua stirpe viperina lo scettro col quale dominava il popolo
di Cristo". Le redini del regno meridionale furono assunte
dal figlio Manfredi ma l'appoggio offerto dal pontefice agli Angiò
fu determinante nella lotta per il potere e il giovane svevo nel
1266 morì combattendo presso Benevento e Clemente IV incoronò
Re di Sicilia Carlo d'Angiò, fratello di Luigi re di Francia.
Due anni dopo un altro discendente appena sedicenne di Federico
II di Svevia, Corradino, figlio di Corrado, tentò un'ultima
disperata difesa del regno meridionale contro gli angioini ma,
sconfitto a Tagliacozzo, fu consegnato a Carlo d'Angiò
che, dopo un sommario processo, lo fece giustiziare a Napoli il
29 ottobre 1268 nella Piazza del Mercato, mettendo fine al sogno
di un duraturo governo svevo nelle amate terre del meridione d'Italia
accarezzato già da Federico I Barbarossa, nonno di Federico
II.
SIGNIFICATI E SIMBOLI NASCOSTI
E' noto come Federico II facesse parlare i suoi
castelli a testimonianza del suo potere. Egli conosceva troppo
bene il linguaggio del Simbolo che si fa corona, o aquila, o castello
per non usarlo in modo lucido e determinato. L'imperatore sentiva
su di sé il peso della sua funzione di mediazione tra Dio
e gli uomini, ed è per questo che egli ebbe necessità
di usare la forza dei simboli per riportare giustizia, ordine,
perfezione e senso del sacro lì dove erano scomparsi. Dunque
l'ordine sacro dell'aritmetica e della geometria dei suoi castelli
fu levato contro il disordine di Roma; l'imponenza della loro
architettura fu impiegata per descrivere la sua autorità
suprema, per mostrare la sua sapienza simbolica, per legittimare
la sua conoscenza e custodia del sacro. Meraviglioso compendio
di tale simbologia è quello tra i suoi castelli che rimane
diverso, unico, al di sopra degli altri: Castel del Monte. Ma
con quale scopo fu costruito? Si possono dare cento risposte a
questa domanda, ciascuna con il suo pezzo di verità. Che
cosa, dunque non è Castel del Monte? Non è un castello
per la difesa militare, cioè un castrum ; non ha fossato,
non ha ponte levatoio, non ha caditoie per proiettili e olio bollente,
non ha scuderie, non ha camerate, né cucine, né
magazzini; non ha sotterranei per i prigionieri, né vie
segrete per la fuga. Non è mai stato impegnato in un combattimento.
Non è una residenza di caccia, né un luogo di divertimenti:
ha solo 16 stanze tutte uguali, non ha sale da pranzo, né
saloni di ricevimento. Non fu costruito da precisi architetti:
nessun nome, nessuna firma è mai comparsa su qualche documento.
La sua costruzione fu affidata a maestranze di monaci cistercensi
francesi e artisti locali. La sua forma ottagonale rappresenta
il punto di incontro tra il cerchio, la perfezione di Dio, e il
quadrato, l'imperfezione dell'uomo. Il numero otto, dunque, lega
l'infinito al finito, fonde il perfetto con l'imperfetto. L'ottagono
è ripetuto nove volte nell'impianto di Castel del Monte,
cioè tre volte il numero perfetto: la TRINITA'. La forma
ottagonaleè ottenuta dalla intersezione di quattro rettangoli
con il lato minimo di m.22 in rapporto aureo. Secondo la tradizione
antica, il numero d'oro 1,618, ha in sè il ricordo della
CREAZIONE, in quanto, esso regolava le proporzioni del mondo planetario,
vegetale, marino, del corpo umano
.. Il numero d'oro sembra
essere anche l'elemento che lega tra loro Castel del Monte, la
piramide di Cheope e la Cattedrale di Chartres. Pare che Castel
del Monte custodisca nelle proprie divine proporzioni le indicazioni
di scoprire una camera nascosta della piramide di Cheope nella
quale sarebbe custodito "Qualcosa che è al sopra dei
continenti, delle razze, delle religioni". Lo stesso messaggio
si troverebbe nella Cattedrale di Chartres (L. Patruno). C'è
poi chi sostiene che esistano altre relazioni tra i tre monumenti:
Il Castello, infatti, dista in longitudine 15 gradi ovest da Chartres,
15 gradi est da Giza. Interessante coincidenza numerica è
la lunghezza del perimetro del Castello che misurata in cubiti
sacri è di 111: Il cubito è la misura usata per
la costruzione del Tempio di Salomone, simbolo della religione
ebraica e del Dio di Israele in terra. 111 è inoltre il
numero che deriva dalla concordanza temporale tra i moti solari
e i moti lunari; è il simbolo della divinità che
comanda la creazione; è il simbolo della Triplice unità
divina. Il fascino e il mistero che avvolge il Castello ha stimolato
l'intelligenza e perché no la fantasia di numerosi altri
studiosi che hanno trovato altre affinità tra le misure
del Castel del Monte e la numerologia e l'astrologia. Per l'analisi
delle loro teorie rimandiamo alla lettura dei loro testi; ma una
unica certezza resta: CASTEL DEL MONTE.
Testi della dott.ssa Tocci; rielaborazione
a cura dalla dott.ssa Marisa Curci
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